Catanzaro: vbac e parto rispettato, le donne chiedono ascolto. Evento storico al Pugliese.

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Vbac e parto rispettato: è cominciato con un’autocritica del primario della ginecologia e ostetricia ospedaliera del Pugliese di Catanzaro, Nicola Bagetta, l’incontro che si è svolto ieri al Pugliese tra mamme, ostetriche e ginecologi su Vbac e parto rispettato: evidenze scientifiche e pregiudizi culturali. Rivolto a una platea attentissima data la portata praticamente storica di un simile evento in Calabria (ma con soli tre medici presenti a fronte di ben due reparti ospedalieri di ostetricia e ginecologia), Bagetta ha spiegato che “i tagli cesarei erano al 9% negli anni ’70, arrivati al 48% in poco più di trent’anni”. “Dobbiamo fare autocritica, è un tasso troppo alto e ci siamo affidati eccessivamente a una tecnica considerata via via sempre più sicura, mentre occorre ridurre questa percentuale e soprattutto prevenire il primo cesareo. Noi in questo reparto abbiamo ridotto da un paio d’anni i primi cesarei al 20%, ma per un parto naturale dopo cesareo a mio parere non ci sono le condizioni, perché manca l’organizzazione e la strumentazione adeguata, a cominciare da un ecografo in sala parto. In Calabria viviamo una situazione difficile e non è possibile offrire questa modalità”, ha detto a chiare lettere Bagetta per poi assentarsi momentaneamente per esigenze di reparto.

Licia Aquino (ostetrica), Francesca Alberti (presidente Innecesareo) e Teresa Pittelli (giornalista)
Licia Aquino (ostetrica), Francesca Alberti (presidente Innecesareo) e Teresa Pittelli (giornalista)

La tavola rotonda su vbac e parto rispettato, moderata da Francesca Alberti, presidente di Innecesareo, l’associazione per la prevenzione dei cesari non necessari, e Licia Aquino, storica ostetrica del reparto e presidente dell’associazione Acquamarina, è quindi entrata nel vivo con la presentazione a cura del dottor Roberto Vigorito dell’ospedale FatebeneFratelli Buoncosiglio di Napoli, esperto in assistenza al parto naturale per cesarizzate. Vigorito ha illustrato ai presenti le evidenze scientifiche basate tanto sulla letteratura e le raccomandazioni nazionali e internazionali, quanto sulla sua esperienza diretta, sull’aumento della mortalità e morbilità materno-infantile in caso di cesareo ripetuto rispetto al parto naturale, che risulterebbe quindi più sicuro dal punto di vista dei rischi sia della madre che del bambino (solo qualche esempio: il rischio di aderenze aumenta all’aumentare dei cesarei ripetuti dal 20 al 50%, così come alta è la percentuale di rischio per placenta accreta). Quanto alla “rottura d’utero”, argomento principe utilizzato in genere per scoraggiare il parto naturale dopo cesareo, le evidenze illustrate da Vigorito mostrano una percentuale di successo del 71% nel vba2c, quindi dopo ben due cesarei, ricordando che che la rottura d’utero “franca” è un evento molto raro, mentre la “deiscenza” (anch’essa evenienza rara, intorno all’1% dei casi) è comunque ben individuabile nel progresso del travaglio. “Occorre un’assistenza che accoglie”, ha sottolineato Vigorito, ricordando che importante nella riuscita di un vbac è pure la motivazione della donna. “Dobbiamo ascoltare questo grande appello dell’utenza, laddove il messaggio nel chiuso dei nostri reparti non passa, ma sta passando nella società. Il ministero ce lo dice chiaramente: occorre offrire il travaglio alle cesarizzate – ha concluso Vigorito – e noi fingiamo di non saperlo”.

Torta Vbac
Da sin. Michele Grandolfo e Vanda Covre. A destra Cristina Masiani (Innecesareo) e Roberto Vigorito

Domenico Corea, primario dell’unità operativa di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Lamezia Terme, nel suo intervento ha focalizzato sulle carenze organizzative anche di personale ostetrico e anestesisti in turno notturno per assistere un vbac, oltre che sui rischi di responsabilità professionale per i medici. Carenze strutturali e “medicina difensiva”, dunque, che Corea con onestà ha ammesso essere tra le principali ragioni della reticenza ad aprire la strada al vbac, pur lasciando uno spiraglio parlando di “necessaria prudenza ma non chiusura e ottusità”. L’intervento “dirompente” è stato quello di Vanda Covre, ostetrica responsabile della casa del parto di Caserta che assiste vbac da anni, con una percentuale di successo del 100%. “Ho sentito parlare solo medici finora e manca qualcosa: l’empatia”, ha osservato Covre. “Siamo mammiferi: il travaglio con il medico in sala si blocca, perché si interferisce con procedure mediche non richieste in un evento naturale. Non ha senso che il medico faccia l’ostetrico – ha sottolineato Covre – dovrebbe invece occuparsi di quel 15% di patologia e fare ricerca, perché non è competente per assistere un parto, non sa stare vicino in silenzio. Non è un caso che la cardiotocografia faccia schizzare i rischi di cesareo: un parto non si improvvisa, si costruisce insieme alla donna”. L’ostetrica ha parlato di “medicina maschile aggressiva rispetto al corpo della donna”. “Quando taglio (secondo dati Oms) 114 mila volte in più del dovuto sono un violentatore del corpo delle donne e del mio dettato di Ippocrate”, ha concluso Covre davanti a Bagetta appena tornato in sala, con il quale è seguito un alterco che ha portato quest’ultimo ad abbandonare l’aula contrariato, lasciando stupite le tante donne venute ad ascoltare ed essere ascoltate.

Un abbandono seguito a ruota da quello del suo collega Andrea Gregorio Cosco, ginecologo della uo di ostetricia e ginecologia universitaria, che dopo aver ribadito le difficoltà organizzative che fanno apparire “solo filosofia” le istanze dell’incontro, è stato incalzato dalle domande di alcune mamme che chiedevano come fare ad avere un vbac in Calabria e se davvero sarebbero state costrette a fare “turismo ostetrico” per non essere di nuovo sottoposte a un cesareo non desiderato. Cosco ha citato alcuni dati “consegnatigli da Frontera” (noto ginecologo attivo negli anni ’60 e ’70 nella clinica Villa S. Anna, ndr), evocando morti ed isterectomie. Richiamato alla necessità di evidenze ebm, sempre nell’alveo dell’educazione e del rispetto delle opinioni, anche Cosco ha preferito voltare le spalle alla platea prendendo la via dell’uscita. Più dialogante il dottor Domenico Pupo, che pur allineato ai colleghi sulle carenze strutturali ha ammesso che “la questione esiste e occorre più ascolto delle donne”. Nel pomeriggio è seguito l’intervento di Michele Grandolfo, epidemiologo ed ex dirigente Istituto superiore della sanità, che ha illustrato alla luce dei recenti studi scientifici quanto le pratiche ospedaliere attuali non siano né raccomandate dalle linee guida né raccomandabili, riflettendo sul fatto che “la competenza professionale sia proprio quella di non applicare le regole in maniera automatica”.

Studentesse, ostetriche e mammeDall’immediato pelle a pelle mamma-bimbo negato in molti casi, e del quale il bambino beneficia nello sviluppare le proprie competenze e orientarsi nel mondo appena nato, oltre che nell’avviare il preziosissimo allattamento al seno, protettivo della sua salute psicofisica anche a lungo termine (mentre la mamma ne beneficia espellendo naturalmente la placenta), al taglio precoce del cordone che lo priva di un terzo del suo sangue oltre che dell’ossigeno che ancora gli serve appena nato, fino alle potenziali infezioni nosocomiali, sono molte le prassi citate da Grandolfo come dannose per la salute del bambino. “La verifica degli esiti non si fa, e invece occorre ripartire da qui, perché i dati ci dicono che a livello epigenetico ci sono danni a medio e lungo termine di una nascita non rispettosa”, ha concluso Grandolfo, lasciando poi spazio a domande, commenti e alla visione di alcuni documentari illustrati da Aquino che mettevano a confronto un parto in casa e parti ospedalieri, e tra questi un parto operativo-direttivo e un parto più rispettoso ottenuto proprio qui al Pugliese. Francesca Alberti ha ringraziato tutti della presenza e di questo primo, importante, confronto che – nonostante il dialogo per adesso non accolto dai primari – rappresenta un importante seme nella terra del riconoscimento dei diritti della partoriente e del neonato. Un seme colto dall’intervento in sala di un apprezzatissimo ginecologo ora in quiescenza, il dottor Francesco Saverio Sgromo, che ha detto: “Ce la farete, vedo determinazione nei vostri occhi: è un vostro diritto e alla fine lo otterrete”. Sgromo come Grandolfo hanno rimarcato l’importante presenza di tante giovani ostetriche e giovani mamme, quella comunità del futuro nella quale lavorare per rendere le donne e le ragazze più consapevoli e correttamente informate del diritto loro e del loro bambino a una buona nascita, che influenzerà in modo significativo anche la loro vita.

Teresa Pittelli

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Teresa Pittelli
Giornalista professionista, già redattrice di ItaliaOggi, ho collaborato con La Stampa, MF, Diario, CalabriaOra, Il Garantista, Regione Calabria. Moglie & mammax4, ho unito la professione-reporter e l'impegno familiare alla passione per le lettere e la letteratura. Obiettivo: offrire corretta informazione, confronto e racconto nei settori dell'educazione (scuola e università) e della cultura.

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