
Il cortile, il pallone, il teatro, la musica: luci accese nel buio dei ragazzi con situazioni sociali ed economiche difficili incontrati al suo primo incarico a Caserta. Così inizia la storia raccontata dal monologo Zi Fonso, recitato venerdì scorso a Soverato da Pierluigi Tortora, celebre attore e sceneggiatore casertano che ha portato la sua pièce nel salone Don Pilla della scuola Don Bosco di Soverato. Una rappresentazione riservata agli studenti del liceo classico e della scuola secondaria di primo grado dell’istituto, introdotta da Raffaele Lioi, docente di discipline letterarie.
Un’opera teatrale dedicata alla figura di don Alfonso Alfano, mitico salesiano “di strada” e ispettore dell’ispettoria meridionale. Il monologo è il racconto della missione di don Alfonso, partita da quell’oratorio a Caserta in cui è riuscito a distogliere i ragazzi dalla strada e dalle tentazioni di ‘perdersi’ grazie alla scoperta e all’espressione delle loro passioni e dei loro talenti (alcuni di quegli scugnizzi sono diventati calciatori e musicisti famosi). Memorabile il passaggio in cui narra la spedizione a Roma di Alfonso, ribattezzato ‘zi’ Fonso’ dai suoi scugnizzi, per chiedere a Eduardo De Filippo in persona di fare un eccezione al divieto di rappresentare le sue commedie, in modo da permettere ai giovani dell’oratorio di mettere in scena Natale in casa Cupiello. Missione impossibile per chiunque ma non per zi’ Fonso, che non si arrende al primo ‘no’ di Eduardo e alla fine gli strappa il consenso.
Toccante anche la partenza da Caserta, uno strappo doloroso dai suoi ragazzi, e l’arrivo a Soverato dove è stato direttore dell’opera salesiana dal ’72 al ’78, diventando collante spirituale e carismatico di una comunità cittadina all’epoca ancora in formazione. In seguito è stato missionario in Madagascar, missione poi proseguita a Roma, nel centro di accoglienza di via Marsala e nelle vie intorno alla stazione Termini, dove zi’ Fonso recuperava ragazzi tossicodipendenti, senza tetto e smarriti direttamente dalla strada.

Oltre che per lo straordianario pezzo di bravura attoriale di Tortora, il pregio del monologo è nella scrittura mai retorica o didascalica: il personaggio di don Alfonso narra in prima persona e con il suo autentico accento quello che lo ha toccato, che lo ha spinto, che lo ha ispirato in questa straordinaria esperienza umana e cristiana sotto il carisma di Don Bosco. E se gli applausi dei ragazzi alla fine della rappresentazione testimoniavano coinvolgimento e curiosità da parte delle nuove generazioni, gli occhi lucidi degli adulti presenti negli spettatori hanno suggellato una memoria rimasta nei cuori di tutti. E che merita una visione più ampia di nuovo qui, nella sua Soverato che nel 2016 lo ha insignito della cittadinanza onoraria, un anno prima della sua scomparsa. E magari la prossima volta con la partecipazione delle istituzioni e dell’opera salesiana al completo.
Teresa Pittelli

































