La violenza ostetrica in Italia e il mio parto in casa (dopo tre cesarei, sì!).

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Il mio parto in casa. Foto l'esuberante.it Tutti i diritti riservati.

Finalmente, finalmente un tema finora quasi tabù sia in pubblico che in privato è da ieri su tutti i giornali e le tv: la violenza ostetrica, cioé l’insieme di maltrattamenti fisici, verbali, psicologici che una donna subisce nel momento che dovrebbe essere il più delicato ed emozionante della sua vita: il parto. Maltrattamenti che hanno anche pesanti ricadute in termini di salute e benessere per il neonato, oltre che per la mamma e tutta la famiglia. Sono dati Doxa commissionati da Ovo Italia, l’Osservatorio sulla violenza ostetrica, snocciolati il 20 settembre a Roma, Palazzo delle Esposizioni, durante la presentazione della prima ricerca nazionale “Le donne e il parto”, finanziata da Ovo con il contributo delle associazioni CiaoLapo e la La Goccia Magica.

Quattro donne su dieci maltrattate in ospedale al momento del parto.

Secondo i dati il 21% delle mamme italiane con figli di 0-14 anni dichiara di aver subito un maltrattamento fisico o verbale durante il primo parto. E 4 donne su 10 riferiscono di aver subito azioni lesive della propria dignità personale e integrità psicofisica. Tra gli abusi più comuni, il taglio della vagina e del perineo (episiotomia) senza consenso informato, una pratica che sebbene sconsigliata dall’Oms e ritenuta utile solo in rari casi di emergenza viene praticata di routine in moltissimi ospedali. Tanto che l’hanno ricevuta 1,6 milioni di donne, talvolta con serie conseguenze per la salute e i rapporti sessuali. A registrare il numero più alto di episiotomie sono le regioni del Sud Italia e le isole con il 58%, seguite dal centro e Nord-Est Italia (55% pari merito), ultimo il Nord Ovest con 49%.

Anche l’eccesso di tagli cesarei senza reale indicazione (32%), la caranza di sostegno e informazioni sull’avvio dell’allattamento (27%), la mancanza di riservatezza in varie fasi, non ultime le ripetute visite vaginali in travaglio andhe da parte di specializzandi vari (19%), la mancata possibilità di avere vicino il compagno o una persona cara (12%) rappresentano tutte prassi inappropriate o dannose, finora rimaste all’ombra degli sfoghi sui gruppi social e dei tanti sforzi prodotti dalle realtà associative di madri e ostetriche. Sforzi ora finalmente premiati. Dopo la campagna #bastatacere lanciata da Elena Skoko e Alessandra Battisti (fondatrici Ovo Italia) con la partecipazione di una trentina di associazioni di madri, le risposte delle donne sono state talmente tante – dalle 700 mila visite giornaliere sulla pagina facebook alle migliaia di testimonianze arrivate – da voler aprire un dibattito istituzionale. Anche perché manca un metodo di misurazione ufficiale della soddisfazione dell’utenza rispetto alle pratiche ospedaliere relative al parto.

Momento d’oro per la riscossa del parto libero e rispettato.

Un momento d’oro per la riscossa del diritto delle donne a un parto rispettato e alla libera scelta del luogo in cui dare alla luce,  se si pensa che sta per iniziare il dibattito in aula la legge regionale per il rimborso del parto in casa in quel di Calabria, che si allinea così a regioni tradizionalmente all’avanguardia come Piemonte, Emilia Romagna e Lazio. Il ddl, nato su proposta dai Collegi delle ostetriche di Cosenza e Reggio Calabria e dall’associazione G. Rodari, porta la firma di Carlo Guccione e Michele Mirabello, presidente della commissione sanità che ha appena terminato le audizioni.

C’è però anche un’altra associazione non assurta agli onori della cronaca di questi giorni ma alla quale devo molto. E’ Innecesareo, con la presidente Francesca Alberti e la referente per la Calabria Cristina Masiani, grazie alla quale cominciai il mio percorso di consapevolezza personale e conoscenza delle linee guida nazionali e internazionali sul parto che mi hanno portata poi a scegliere di partorire in casa – dieci mesi fa – nonostante fossi una tricesarizzata. Sì. Per far nascere i miei primi tre bimbi mi ero beccata ben tre cesarei programmati, non avevo mai travagliato neanche un minuto e avevo 42 anni. “Pazza!” è stato il giudizio unanime dell’entourage familiare solo all’ipotizzare questa scelta, che infatti ho poi deciso di condividere solo con mio marito e con l’ostetrica prescelta, per una maggiore serenità del percorso e la miglior garanzia di esito indisturbato.

Perché ho scelto di partorire in casa dopo cesareo.

In realtà la pazzia era stata sottopormi allegramente a tre cesarei elettivi senza alcuna indicazione da linee guida, ma su parere del “mio” ginecologo. In realtà più che “mio” il ginecologo era “suo”, nel senso che avrà fatto le sue valutazioni personali sulla base di criteri propri che nemmeno voglio indagare (i primi due cesarei li ho avuti in un ospedale e il terzo in un altro, operata da due ginecologi diversi). La sostanza, comunque, è che la quarta volta finalmente ero a conoscenza dei maggiori rischi di un cesareo ripetuto rispetto al travaglio naturale, come emerge dalle stesse linee guida Aogoi e Snlg-Iss, cioè Società italiana ginecologia e ostetricia più Istituto superiore di sanità, senza scomodare unanimi raccomandazioni internazionali; ero consapevole dell’enorme differenza che fa il supporto di un’ostetrica, la figura adatta a seguire una gravidanza e un parto fisiologici, in un ideale percorso nascita dove il medico interviene solo nel momento in cui emergessero rischi di patologia; ero preparata sugli ottimi esiti del parto in casa anche dopo cesareo, in presenza di perfette condizioni fisiologiche e magistrale assistenza ostetrica. Per le prime ho ringraziato Dio e la mia scrupolosa attenzione alla salute in gravidanza. Per la seconda ringrazio Rosaria Santoro, ostetrica pugliese di lungo corso, che ha al suo attivo oltre cento parti in casa (e io sono stata proprio la numero cento, wow!) di cui quasi la metà su precesarizzate. Un’autorità del settore, chiamata a relazionare in numerosi convegni scientifici e in audizione alla Camera, nell’ambito del suo impegno a fianco delle donne. L’estate 2016 per noi famigliaesuberante vacanze speciali: tutti e cinque più Tullio nel pancione a conoscere Rosaria nella sua meravigliosa Puglia.

C’è stato bisogno di sondarsi, annusarsi, parlarsi e guardarsi negli occhi. C’è stato bisogno di scrutarmi dentro, se davvero fossi disposta a sopportare per mesi giudizi negativi di massa e pareri medici terroristici; se davvero fosse una scelta serena e sincera, frutto di conoscenza e consapevolezza, e non di semplice “fuga” dalle cattive prassi ospedaliere. Un giro negli ospedali regionali l’avevo fatto per sondare il terreno. Da quelli meno all’avanguardia su questo tema come il Pugliese di Catanzaro, dove ancora non si era aperta la porta nemmeno al semplice vbac (acronimo inglese di parto naturale dopo un cesareo), a quelli più aperti, con un po’ di vbac all’attivo e qualche raro vba2c (parto naturale dopo due cesarei). Porte chiuse. Telefoni all’improvviso occupati. Primari che “oggi non è in sede richiama la prossima settimana”. Ginecologi che “lei dopo due cesarei (ehm, sarebbero tre) mette a rischio la vita sua e del bambino”. Insomma, niente. Partorire in ospedale qui in regione sembra out. Ma la scelta del parto in casa ormai la sentivo mia e prescindeva dalla difficoltà di assistenza ospedaliera. In caso contrario mi sarei infatti spostata in strutture che, da Napoli fino a Monza, assistono vba3c.

Fondamentale, in questo percorso, il supporto del marito, perché il parto è mio ma accanto a me ci sarà lui, perché siamo una famiglia, perché “la paura è contagiosa” e l’eventuale panico o ritrosia della figura più vicina alla diade madre-bambino rischierebbe di compromettere tutto. Da inizialmente dubbioso mio marito è diventato via via il principale supporter di questa scelta, tanto da essere stato lui a incoraggiarmi ad andare avanti quando, giunta ormai oltre le 41 settimane a metà novembre, ero quasi sul punto di arrendermi e andare in ospedale dove mi avrebbero cesarizzata nel giro di un amen. Altrettanto importante, però, il supporto di ostetriche calabresi che lottano per il parto rispettato sia in ospedale che a domicilio, da Licia Aquino a Rosetta Argento a Mimma Mignuoli, presidente collegio delle ostetriche di Cosenza.

Quando il momento è arrivato ero emozionata ma calma…

E poi la superluna del 14 novembre ha portato novità, la notte le prime contrazioni, insieme a una fortissima emozione nel realizzare che forse il momento tanto atteso era arrivato. Alle sei del mattino del 15 novembre ero in piedi a fotografare il cielo blu-azzurro del giorno in cui sarebbe nato mio figlio, concentrata sulle comunicazioni con Rosaria e sulla preparazione della “tana”, oltre che sul sollievo nel constatare che i prodromi del travaglio si fossero avviati. Non c’era spazio per altro nella mia mente, che forse per un innato sapere ancestrale mi dirigeva verso la migliore accoglienza per Tullio escludendo qualsiasi pensiero negativo, ansia o dubbi su visite ospedaliere. Verso le 8.30 mio marito è uscito per sbrigare le ultime faccende e accompagnare i bimbi a scuola o asilo. Sono rimasta tutta la mattina e il primo pomeriggio in casa a contare la distanza tra le contrazioni, rilassarmi, mangiucchiare, vedere i miei programmi preferiti in tv e riposare, camminare in giardino vocalizzando come imparato dai libri e dvd di Leboyer (indimenticato ideatore del parto dolce e senza violenza, scomparso lo scorso maggio). Quando mio marito è tornato verso le 17 con i bimbi ero sulla palla fitness a muovere il bacino, ascoltando i canti carnatici di Leboyer e non sapevo nemmeno di essere in travaglio attivo.

Poco dopo sono arrivate le ostetriche Rosaria e Rosa, abbiamo riso, scherzato con i bimbi che un po’ capivano la “gravità” del momento, un po’ ridevano divertiti a sentirmi cantare muovendomi sulla fit-ball. Abbiamo cenato in allegria, cercato di mettere a letto i bimbi lasciandoli poi in carico a Orlando, quindi verso le 22 siamo andate in camera da letto a controllare la situazione. Senza accorgermene ero arrivata a dilatazione completa! Fino all’una di notte abbiamo continuato così, tra una chiacchiera, un vocalizzo e una contrazione.

Verso le 2 ho cominciato a sentirmi stanca: perché non nasce questo bambino?

Poi verso le due ho cominciato a sentirmi stanca: perché non nasce questo bambino se sono completa da ore? Eh Rosaria, perché? I racconti su Innecesareo non dicevano questo, adesso basta, comincio a non poterne più di queste contrazioni, non riesco a gestirle e fanno male! Ho attaccato pianto e lamentela, mentre Rosa mi massaggiava la schiena e Rosaria mi abbracciava, mentre mi alzavo dal letto e passeggiavo un po’, andando ad accovacciarmi sul water in bagno. E proprio mentre tiravo giù proteste e arrabbiature, chiedevo “Dov’è Orlando” e poi “No non lo voglio”, esclamavo “Aprite la finestra che ho caldo no chiudete che ho freddo”, è arrivata la sensazione di bruciore apparentemente insopportabile di quando la testa “scende”, subito sopraffatta dalle onde delle spinte: pochi minuti, il tempo di appoggiarmi alla sedia a dondolo della mia amata nonna Maria e poi approdare sul letto, che Tullio è sgusciato fuori. Rosaria lo ha scordonato perché aveva il cordone intorno alla gamba e a bandoliera intorno a spalla e collo. Me l’ha teso mentre io tendevo le braccia e contemporaneamente mi ritrovavo Orlando accanto a piangere stupito come davanti a un miracolo (da quanto tempo è là? Mistero!). Ed è iniziato un lungo abbraccio con mio figlio che dura da allora, che ha risanato le ferite dei cesarei non necessari, che ha fatto rinascere, come dice mio marito, tutta la famiglia. Una delle cose che ricordo di più è che volevo guardare Tullio in viso ma non osavo staccarlo dal calore del mio petto dove con tanta fatica era approdato, e ho dunque ritardato di qualche minuto (o secondo? Non saprei…il tempo era liquido) questo immenso, dolce, indimenticabile momento.

Teresa Pittelli

Post scriptum. Sì, abbiamo aspettato a clampare il cordone ombelicale. A dispetto delle polemiche di questi giorni, numerosi studi già adottati in protocolli di grandi ospedali evidenziano i benefici a livello respiratorio e cardiocircolatorio per il neonato della ricezione di sangue e ossigeno dalla placenta, che lo aiutano a stabilizzarsi e affrontare meglio il passaggio alla vita extrauterina, oltre che a immagazzinare riserve di ferro. Tullio quando abbiamo tagliato si è appeso con la manina come di riflesso al suo cordone, altro momento che ricorderò sempre.

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