Soverato, scuola: “Cielo! Andremo alla paritaria!” (riflessioni post-open day)

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Foto Istituto Maria Ausiliatrice Soverato (gita al frantoio)

Facciamo outing: abbiamo iscritto la nostra bimba alla prima primaria di una scuola paritaria. Mi fa ancora strano, a me che son cresciuta a pane e ideologia, che ho frequentato le statali soveratesi con grande piacere (via Olimpia alle elementari, Ugo Foscolo alle medie), per approdare ai salesiani solo al liceo classico, che in fondo nei miei anni (e probabilmente ancora oggi) era la “statale” di tutti noi di Soverato e dintorni, che in alternativa saremmo stati costretti a viaggiare per Catanzaro. Ricordi splendidi, quelli dei salesiani, che però non mi hanno mai automaticamente portato a prendere in considerazione la scuola paritaria o privata, convinta fermamente che la scuola debba di preferenza essere “pubblica”, egualitaria, democratica, laica, un’occasione per tutti da sostenere.

Ambienti-digitali
Ambienti digitali senza divisione cattedra-banchi (foto di repertorio). 

Poi l’arrivo dei figli, miei e di tante persone che conosco, alla materna e alle elementari, e un piccolo grande scontro con la “realtà”. La realtà di un’istituzione – in generale, con ovvie meritevoli eccezioni e tanti distinguo, par carità – che mediamente non considera esigenze prioritarie per i bambini dell’infanzia e della primaria il contatto con la natura, l’offerta extracurriculare (sport, laboratori, musica per fare qualche esempio), lo sviluppo della creatività e del senso critico. Tutto questo è certamente variabile da scuola a scuola, da istituto a istituto, da insegnante a insegnante, e c’entra poco o nulla con le tante maestre brave e a volte eroiche e i dirigenti capaci e in ascolto, che ci sono nelle nostre scuole, come spesso abbiamo dato conto su queste pagine (e come continuo a credere mandando i due figli più piccoli alla materna statale).

Una cosa però mi sembra di aver notato come costante: l’attenzione allo sviluppo cognitivo del bambino, all’apprendimento nozionistico, all’obbedienza, allo star seduti nel banco anche per molte ore, agli obiettivi standardizzati per classi di età. E la minor importanza data ad esigenze diverse, come l’apprendimento diretto, naturale e laboratoriale, sul quale sia l’Europa che sempre più esperienze innovative in Italia insistono tanto. E poi l’apprendimento che viene dal fare con le proprie mani, dall’esprimere il proprio talento (non necessariamente coincidente con la compilazione delle schede del programma ministeriale), dallo stare a contatto con la natura (come dice un proverbio giapponese caro a Bruno Munari e Gianfranco Zavalloni: Chi ascolta dimentica, chi vede ricorda, chi fa impara).

Ci siamo quindi chiesti se un’alternativa pedagogica sia possibile, pur senza pretendere la realizzazione di sogni che al momento sembrano quasi un’utopia, come “L’asilo nel bosco“, scuola primaria di Ostia Antica (Rm) che promuove l’apprendimento all’aperto. E le mie certezze hanno cominciato a vacillare. Innanzitutto ho “scoperto” (nel senso che lo sapevo ma che nel dibattito è una cosa che si dimentica) che la scuola paritaria è scuola pubblica, per legge. E che il dibattito feroce per il famigerato contributo statale “sottratto alla scuola di tutti per darlo alla scuola dei ricchi” è in realtà un pochino più complesso di così. Un’alternativa alla “offerta unica” dello stato può rappresentare infatti una scelta libertaria, frutto proprio del pluralismo di una società democratica, e la paritaria svolge un servizio pubblico per il quale riceve un rimborso (grossomodo circa 400 milioni di euro all’anno nel 2015), a fronte della gestione di un servizio svolto al posto dello stato, che per mantenere un alunno alla statale spende molto ma molto di più. Dai casi di buone pratiche di esperienza paritaria, inoltre, lo stato dovrebbe ricevere uno stimolo concorrenziale.

Sono stata quindi costretta a realizzare che le ragioni per rifiutare per principio la scuola paritaria non sono di effettivo “dumping” economico alla scuola statale. Non resta dunque che l’ideologia statalista. Che anche ad averla cara non sarebbe in ogni caso un totem al quale immolare quello che ritengo possa coincidere con la scelta migliore per i miei figli (che crescono ora, proprio mentre noi da cittadini, genitori, rappresentanti di classe, professionisti cerchiamo di sostenere in tutti i modi la scuola statale e aiutarla a migliorare). Una scelta dettata, quindi, dalle mie convinzioni e aspirazioni di genitore, personali e soggettive, nella convinzione che ognuno voglia il meglio per i propri figli (ma su questo andrebbe sottolineato che in Europa, dalla Francia alla Germania all’Olanda all’Inghilterra all’ottima Finlandia, lo stato sostiene l’effettiva libertà di scelta attraverso voucher-scuola o misure di sostegno alle famiglie e forti investimenti e controlli di qualità per le scuole sia statali che paritarie). La mia è più che altro una riflessione ad alta voce, il tentativo di cominciare a discutere sullo stato della nostra scuola, senza immaginare cosa sia meglio o peggio, anzi!

Con tutto questo non voglio certo illudermi che la scuola paritaria scelta per mia figlia incarni del tutto le nostre aspirazioni e speranze, perché l’impostazione libertaria, ad esempio montessoriana o steineriana, che altrove le famiglie hanno la possibilità di scegliere, non hanno ancora attecchito su questo territorio. Abbiamo però comunque optato per una “alternativa”, un compromesso tra l’impostazione standard offerta dallo stato e una che consente quantomeno tempi e ritmi diversi, un tentativo di sforzo in più in termini laboratoriali, sportivi, linguistici e informatici, una comunità educante formata dai bambini, dai maestri, dall’istituto e dalla famiglia, mirata a formare la persona e non solo l’alunno, le sue competenze relazionali e non solo scolastiche, i suoi valori (cattolici, sì, ho notato un certo anticlericalismo quasi rabbioso e preconcetto parlando di questi temi, anche in persone che poi vanno in chiesa ogni domenica) e non solo le sue nozioni. Sarà davvero così? Non so. Speriamo. E intanto non possiamo che augurare in bocca al lupo a tutti i bambini, ragazzi, docenti e dirigenti per il loro percorso che inizierà a settembre, sia nella scuola statale che paritaria. Un percorso magari volto alla ricerca di una società futura un po’ più giusta, meno competitiva e “consumante”, più riflessiva e altruista, più creativa e sorridente, di quella attuale!

Teresa Pittelli

4 COMMENTS

  1. Elementare Watson. Ho un ricordo fantastico della scuola elementare che ho frequentato in via Trento e Trieste a Soverato. La zona era isolata ma la scuola no! L’accoglienza del maestro Cesare Delfino al mattino e la maestra Pina Russo e le sue colleghe al pomeriggio per farci trascorre delle ore di laboratori di danza, musica, colori, giochi, ecc… La pausa pranzo era attesissima, mangiavamo ciò che cucinavano e ci servivano la cuoca e le bidelle (la signora Pina, Maria, Antonietta…) nei piatti di porcellana (anche dal pranzo passano i messaggi educativi e di crescita). Dopo pranzo via nel cortile a correre e saltare … E non scordo la visita del direttore Orlando Ariganello che ogni volta ci rassicurava con i suoi saluti e le sue parole. E quando si rientrava a casa, in famiglia, non si aveva certo il pensiero dei famosi “compiti”! Altre attività fantastiche ci attendevano fino alla cena e dopo “Carosello” tutti a nanna.

    • Ho frequentato la stessa scuola elementare e ne ho un ricordo meno idilliaco:
      al mattino 3 ore a ripassare senza poter distoglire gli occhi dal libro … il maestro si riposava o faceva un po di chiacchiere con i colleghi. L’educazione era ritmata a suon di schiaffoni e lanci di ogetti dalla scrivania verso alcuni alunni che pur non essendo stinchi di santo non venivano incentivati a diventarlo il direttore compariva di tanto in tanto ed i professori facevano a gara per mostrare la loro devozione.
      Il pomeriggio era molto meglio, l’amore e limpegno della maestra Comito era apprezzato da molti … il giornalino stampato al ciclostile ed il “lavoretti” fatti da ognuno di noi esposti in bella vista per migliorare la nostra autostima.

  2. Che l’istruzione pubblica vada ripensata è forse corretto, che sia in atto un tentativo di delegittimarla sottraendole costantemente risorse a favore del business dell’istruzione privata è un triste fatto. Speriamo solo che la mirabile azione educativa che lei ha potuto visionare nella scuola in oggetto, non sia offerta sulla pelle di insegnanti retribuiti sulla carta in un modo diverso rispetto realtà, prassi molto in voga nelle paritarie pure largamente foraggiate dallo Stato.

    • Il problema è che le risorse destinate alla scuola statale – in ogni caso insufficienti e vergognosamente tagliate – non credo avrebbero grossi benefici dallo stop alle paritarie con quei 400 milioni in tutto nel 2015 (tagliati altrettanto). La scuola pubblica avrebbe bisogno sì di investimenti miliardari in più oltre quelli che ha, ma anche di sburocratizzazione, autovalutazione, capacità di innovazione e tanto altro. E si potrebbe incentivare con impegno a tutti i livelli una pedagogia più innovativa. Lasciando al contempo libertà di scelta educativa per un servizio altrettanto pubblico (le paritarie non sono private e nel caso di specie non fanno business), sottoposto a ispezioni e controlli anche riguardo alle storture da lei giustamente segnalate (diplomifici, docenti sottopagati eccetera), in modo che siano solo quelle che offrono il servizio di qualità a essere premiate. Grazie mille per il puntuale commento su un tema che ci sta moltissimo a cuore.

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