In coma dopo un cesareo: i familiari di Catia Viscomi si oppongono alla richiesta di archiviazione

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Catia Viscomi
Caterina Viscomi

Un dramma senza fine, quello di Catia Viscomi, l’oncologa soveratese entrata in coma il 7 maggio 2014 dopo un parto cesareo, di suo marito Paolo Lagonia che ora accudisce il piccolo di 17 mesi e di tutta la sua famiglia. Un dramma al quale ora il Tribunale di Catanzaro potrebbe mettere la parola “fine” dal punto di vista giudiziario, con la richiesta di archiviazione del processo per lesioni colpose avanzata dal pm Debora Rizza. Assistiti dall’avvocato Giuseppe Incardona di Palermo, i familiari e il marito di Catia si sono opposti all’archiviazione, chiedendo di far luce su eventuali responsabilità, oltre a quelle riconosciute per l’unica indagata, l’anestesista Loredana Mazzei dell’ospedale Pugliese-Ciaccio di Catanzaro, deceduta a febbraio.

Proprio la morte dell’anestesista è alla base della richiesta di archiviazione, in quanto indicata dalle persone informate sui fatti, così come dal consulente del pm, come responsabile delle gravissime lesioni causate a Catia nella notte tra il 6 e il 7 maggio 2014. “Katia era entrata al Pugliese sanissima e con un sorriso immenso, perché stava per dare alla luce il nostro primo e tanto atteso bimbo”, racconta Paolo Lagonia, instancabile nell’assistere la moglie, nel lottare per un suo risveglio e al tempo stesso battersi nelle aule del tribunale in cerca di giustizia. Secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti, Catia quel pomeriggio si era recata in ospedale, essendo iniziato il travaglio; tutto era proceduto nella norma fin quando intorno alle 23.30 i sanitari avevano osservato un “mancato impegno” del bimbo nel canale del parto. Da qui la decisione, verso mezzanotte, di procedere con taglio cesareo, acconsentendo alla richiesta di Catia – a quanto risulta – di avere un’anestesia generale. Un passaggio di decisioni e operazioni – allestimento sala operatoria, chiamata dell’anestesista reperibile – che sembra di routine e che invece si è rivelato drammatico per il destino di Catia e della sua famiglia.

Dalla ricostruzione degli atti secondo ctu, l’intervento ha un esito positivo per il bimbo, che nasce in pochi minuti perfettamente sano, ma risvolti assurdamente tragici per Catia, che per due volte presenterebbe “ridotta ossigenazione”, e in entrambi i casi ad accorgersene sarebbero gli operatori e non colei che avrebbe dovuto condurre la seduta anestesiologica. La prima volta succede prima di procedere al taglio. Allertata dai colleghi, l’anestesista risolve l’emergenza con ventilazione manuale e da l’ok all’incisione chirurgica. La seconda volta, invece, accade dopo l’estrazione del neonato, quando il ginecologo e il suo aiuto sono impegnati a pulire l’utero prima di ricucire. E sulle prime non si accorgono che Catia è diventata cianotica e sta andando in ipossia (mancanza di ossigeno). Gli allarmi del monitor non scattano perché il respiratore automatico non è in funzione “per una dimenticanza”, come ricostruisce il consulente del pm. E l’anestesista si sarebbe addirittura allontanata per compilare schede su un tavolino. A poco valgono i tentativi dei chirurghi, dopo essersi accorti dello stato di Catia, nel richiamare l’anestesista a intervenire (mentre a quanto risulta questa rimaneva inerte continuando a ripetere: “Tanto ormai è morta!”), convocando  rinforzi dalla rianimazione e praticandole un massaggio cardiaco: le lesioni al cervello sono ormai fatte e sono gravi. Catia finisce in rianimazione. E di lì poi a Crotone in stato di coma. Ma cosa è successo esattamente in sala operatoria? Perché non ci si è accorti immediatamente del precipitare dei valori di Catia? E dell’allontanamento dell’anestesista dal tavolo operatorio ?

Il volantino creato da amici e cittadini che si oppongono all'archiviazione del caso di Catia Viscomi
Volantino creato da amici e cittadini per dire no all’archiviazione 

Se i testi sembrano concordi nello scaricare sull’anestesista ogni responsabilità, così non è per il legale delle famiglie Viscomi-Lagonia. “Il decesso dell’indagata di fatto lascerà impunito un evento di cattiva prassi medica che non può ridursi al singolo contegno di un soggetto non più in vita”, scrive Incardona nella memoria di opposizione. “L’evento si è consumato in una sala operatoria dove altri quattro soggetti tenuti a coordinarsi per il necessario lavoro di equipe (…) rilasciano dichiarazioni a loro favore e a esclusivo sfavore della dottoressa Mazzei”, sottolinea l’avvocato, soffermandosi in particolare sul ruolo del monitor come “strumento di sala operatoria e non orologio personale dell’anestesista”. Un secondo aspetto sul quale il legale chiede di fare attenzione è quello delle testimonianze e dei documenti dai quali risulta che da anni l’anestesista avesse assunto condotte inadeguate. Tanto da essere giudicate “incompatibili con le aspettative di efficienza e qualità delle famiglie dei pazienti” in una lettera che il primario di Chirurgia pediatrica del Bambin Gesù/Pugliese Ciaccio, Fabrizio Gennari, aveva inviato nel 2012 a Mario Verre, dirigente della Rianimazione del Pugliese, chiedendo la rimozione della Mazzei dalle sedute di sala operatoria. Negli atti si parla di tendenze mistiche, sbalzi di umore, difficoltà relazionali con i pazienti e i familiari.

Ma dopo un procedimento disciplinare archiviato, l’anestesista restò al suo posto. E solo a seguito del danno cerebrale a Catia fu esonerata dai turni di reperibilità e invitata a un periodo di ferie e a un supporto psicologico. Ora la famiglia chiede di indagare a tutto tondo le responsabilità per quello che è successo a Catia, andando avanti con il procedimento. E grande è l’indignazione per la possibile archiviazione anche a Soverato, paese natale tanto amato da Catia, dove in tantissimi tra amici, conoscenti, pazienti che lei con passione e umanità aveva curato al Policlinico Germaneto pensano a iniziative di mobilitazione per chiedere che non si spengano le speranze di giustizia per la giovane mamma, costretta a stare lontana dal suo bimbo e dai suoi affetti a causa di un maledetto intervento “sbagliato”.

Teresa Pittelli

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