Soverato, quando la “festa degli universitari” al Miramare era il ballo dell’Opera di Vienna

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Miramare Estate 2Le feste al lido Miramare si svolgevano in uno scenario notturno di ineguagliabile bellezza, in un’atmosfera raffinata e affascinante che non aveva uguale in tutta la Calabria. Soverato “stazione di cura, soggiorno e turismo” per decreto, insieme a Montecatini, Viareggio e Rimini, con i suoi stabilimenti balneari, i premi letterari, il concorso ippico, le gare di motonautica, divenne la perla dello Ionio. Ma per i soveratani la festa più importante era senza ombra di dubbio la festa organizzata dagli Universitari. Un’occasione unica, attesa per un anno, alla quale partecipavano tutte le ragazze, anche quelle sigillate a doppia mandata, di Soverato e dei dintorni. Era l’Opernball (ballo dell’Opera) di Vienna trasferito al comprensorio! Si vendevano seicento biglietti, girando per la questua con cappelli e mantelli, ed il Miramare straripava di Cenerentole e Principi Azzurri.  L’incasso andava diviso tra i Goliardi del momento, ma era consentito scappare col bottino. Per cui bisognava stare molto attenti alla cassa.

Quando ci siamo distratti, quattro figli di buona mamma insieme al cassiere sono scappati a mangiarsi i nostri soldi negli alberghi di Capri. Un anno non era disponibile il Miramare e, per fare la festa, ripulimmo la vecchia fabbrica del Quarzo, unico posto al chiuso che poteva contenere tutta quella gente, e fu un grande successo anche lì. Il locale di tendenza era Il Pirata, sul lungomare e sulle piazze dei paesi, reduci da una trionfale tournèe in Canada, spopolavano I Figli di Calabria, complesso folk soveratano composto dai tre apostoli Matacera: Pietro, Giovanni e Giacomo, con Pietro Cilurzo, Vito Maida e Angelo Laganà. Intanto Pepè Tropea andava a trovare sua sorella a Parigi con la 500 carica di gassose e alici salate nei salaturi con tutte le mazere sopra, seguendo i consigli di sua madre: “Chi nda sapimu nui comu sunnu i petri a Parigi?””. Siccome nessuno lo aveva avvertito che era stato aperto il tunnel del Monte Bianco, però, salì dal passo del Gran San Bernardo tra due metri di neve, come Annibale con gli elefanti.

Franco Cervadoro, Francesca Marra e Aristide Campisani
Franco Cervadoro, Francesca Marra e Aristide Campisani

Al tramonto, sulla spiaggia intorno ai falò, mio cugino Aristide Campisani, Aristèides, come lo chiamava lo Scrittore, teneva in scacco dozzine di fanciulle suonando la chitarra e cantando i Beatles, mentre Mario Battaglia, inventore della buca controvento-per-falò, si occupava dei particolari. Ognuno andava al suo mare di preferenza, lido o spiaggia libera. Io scendevo al S.Domenico, cabina 34, vestito da snob, con un maglione di lana blu, un orologio di plastica impermeabile comprato a Lugano, l’Ariete d’argento di Brandimarte al collo e facevo sci nautico con il motoscafo di Cesare Leo, a cui avevo affidato i miei sci Rossignol, campioni del mondo, pagati una tombola. Di tanto in tanto, andavo alla Marinella, nel regno dei Corradini, per tenere d’occhio una bellissima fanciulla di cui ero perdutamente innamorato. Ma quartier generale era però sempre per noi il Miramare, da dove si organizzava tutto, perfino un torneo di pallavolo all’interno e in notturna.

Allora non esisteva l’uscita in coppia come ora. Per uscire con una ragazza, dovevi uscire con Lei, la sorella, la cugina e l’amica del cuore. Per cui era naturale trovarsi in comitive di 20, 30 persone e muoversi in gruppi, a volte chiamati dagli stessi gestori dei locali, perché da soli popolavamo il Rebus, La Pergola, Blanca Cruz o il Blu 70. Una notte, al comando di un brillante “campatore” della Costiera Amalfitana, Matteo Martelli, vestiti da pirati e armati di tutto punto da Antonello Gregoraci con la panoplia delle armi antiche del suo palazzo, ci imbarcammo sul barcone a motore di Passafaro e sbarcammo verso mezzanotte in silenzio nella caletta del Blu 70, mentre Pietrino d’Ippolito, avvertito da un razzo, spegneva le luci del locale. Oggi avrebbero chiamato il 113, allora ci accolsero a champagne. Alle 2 di notte, la musica finiva, gli amici se ne andavano ed il Miramare chiudeva. I sonnambuli incalliti si fermavano a chiaccherare sulle panchine, sotto il balcone di casa Nisticò, con il risultato di svegliare il povero Mimmo, che andava a letto presto perché si alzava presto e che ci apostrofava in tutte le maniere.

Poi, di fronte alla nostra furibonda reazione, ci riconosceva e scendeva in pigiama a cazzeggiare con noi fino all’alba. La notte passava veloce ed era un susseguirsi di figure che si materializzavano in successione.
I marinai Alfio e Orazio Arcidiacono che ritornavano a casa dopo aver buttato il conso, a piedi nudi, con i pantaloni rigirati e le pesanti incerate sopra le spalle, monumentali nella loro compostezza. Il “Mago dell’acqua” Cecè Guzzi e il suo fido scudiero Costantino che aprivano le saracinesche della condotta strada per strada, perché allora l’acqua si risparmiava di notte, ma tutti i pomeriggi passava una autobotte con gli spruzzatori per pulire e rinfrescare il paese. Gli spazzini che cominciavano il loro lavoro e che, alla nostra sfaccendata offerta di aiuto rispondevano filosofeggiando: “l’arte cu l’arte e i pecuri allu lupu”. Le famiglie che ritornavano a casa dopo aver dormito sulla spiaggia per il caldo, con il cuscino e la coperta ripiegata sotto il braccio; il forno di Montauro che sfornava il pane caldo da ripassare con olio e peperoncino; Franco Calabrò che apriva il suo ufficio ferraio sotto la piazzetta Gregoraci e non disdegnava il nostro aiuto per accendere la forgia.

Ma la serata indimenticabile che da sola basterebbe a segnare un’epoca fu la notte di agosto di Santa Rosa, quando usciti da casa Gallelli attraversammo tutto il corso gridando Siamo ospiti del Barone Martelli e ci accomodammo sulla pista del Miramare travolgendo il tavolino con la cassa all’ingresso. Qui Nicola Martelli, lo Scrittore, Mimmolino Caminiti, Mario Armida e l’avv. Sandro Pirelli dettero vita a un cabaret irresistibile, mentre i camerieri del Lido disperati portavano spumante a fiumi prima freddo e poi caldo.
– “Barone sono rimaste soltanto bottiglie calde”
– “Va bene porta ghiaccio!”
– “Barone il ghiaccio è finito”
– “Piperata ghiaccia il mare ma porta ghiaccio!!!”.
Poi l’estate si spegneva e la splendida sig.ra Ferro, che era nell’albergo di Donna Pupa Scalamandrè da giugno, ripartiva per Milano con la sua incantevole figlia Elisabetta. Ripartiva Nicolò Carosio, re delle telecronache calcistiche. Ripartiva Alberto Testa che, nella camera n.18 dell’albergo, nelle calde notti soveratesi, aveva scritto per Mina il testo di Grande Grande Grande e la canzone Renato Renato sotto l’ombrellone del Miramare per il suo amico Renato Alecci, così carino, così educato. Ma noi restavamo a fare i bagni e ad aspettare i malangiani chini di Fiorenzo Viscomi alla festa d’Andolorata a Suveratu u supi.

Tratto dal libro “Come eravamo”, di Franco Cervadoro

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