Sporting Locri: la mafia nel pallone e il giornalismo pallonaro che denigra la Calabria

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Non sono stati ‘ndranghetisti, “ma sono stati sciacalli dementi”, precisa il presidente dello Sportimg Locri, Armeni; non sono stati misogini, “ma sono stati dementi sciacalli”, ripuntualizza il presidente della squadra di calcio a 5. Eppure il giornalista Lirio Abbate ha confezionato ieri questo pezzo (dall’eloquente titolo La Calabria è retrograda e misogina…) che gronda malafede a ogni virgola, intervistando niente po po’ di meno che una “ragazza di Locri” anonima sebbene pescata – udite udite la grande stampa nazionale che non schioda il culo dalla scrivania romana – su facebook. Si puo’ essere anonimi e stare su facebook? Sembra di no, eppure il giornalista antimafia (che in Calabria non e’ venuto sebbene abbia la scorta) sdogana l’intervista ad anonimi dei social e da’ all’articolo il sacro rango della testimonianza credibile.

A chi fa comodo scherzare sulla ‘ndrangheta che è cosa drammaticamente seria? A chi fa comodo vedere ovunque la mafia e quando non c’e’ abbinarle al male assoluto perfino il maschilismo? Ma la colpa non è di Lirio Abbate, ma del “circo mediatico nazionale” che ghermisce la Calabria con unghie che noi calabresj – giornalisti, politici e presidenti di squadra – ben affiliamo per lor signori del “partito della solidarieta”, del “partito della scorta a tutti” e del partito della “notizia incontrollata e non verificata che fa comodo a tutti”. Chi e’ stato il primo a scrivere che e’ stata la mafia o la mafiosita’ meriterebbe di essere radiato dall’albo dei giornalisti: o perché colluso col polverone creato, o perché incapace di distinguere la minaccia di un “demente sciacallo” da una intimidazione mafiosa… che sgonfia le gomme. Fiumi di inchiostro, prese di posizione ministeriali un tanto al chilo, magari per poi scoprire che la “minaccia” e’ stata scritta da uno che voleva solo dire “arbitro cornuto”, come a Bolzano o a Oxford.

Quel “chiusi per dignita’” scritto sul sito della squadra di calcio non è un urlo antimafia, ma il normale vocabolario che ovunque si usa quando qualcuno – “dementi sciacalli” ma perché non dirlo subito? – se la prende con te e non c’è bisogno di fare analisi sociologiche o inchieste antimafia con interviste all’anonimo internauta per scoprire che la paura è figlia di tante cose, non sempre inerenti al tema mafia. La trasformazione di una pressione psicologica-ambientale in burla mafiosa, se distrae il pubblico dal vero problema che è la mafia politica e massonica, vanifica i mille sforzi di chi vuole che le minoranze, o gli isolati, rimangano tali e non conquistino immeritatamente la prima pagina dei giornali. Non ci fosse stato il bigliettino sul parabrezza e la denuncia tardiva del presidente, di questa squadra che si ritira dalla serie A, senza darne conto alla comunità, ai tifosi e alle istituzioni (ieri il presidente Armeni è parzialmente tornato sui suoi passi auspicando che le ragazze scendano in campo il 10 gennaio contro la Lazio, ma rimanendo fermo sulla sua posizione di chiudere o cedere la squadra a costo zero, ndr) avremmo semplicemente scritto del flop di una gestione padronale. Ma Lirio Abbate non avrebbe potuto farci un pezzo sulla “mafia nel pallone”, si sarebbe dovuto accontentare di scrivere che in Calabria “sono tornati i borboni”. La cosa cambia parecchio e, oggi, nessuno può dire “…e vissero tutti felici e contenti”.

Agostino Pantano

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