Decessi e traumi per neonati e mamme: arresti in ginecologia ai Riuniti di Reggio Calabria

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Le lesioni di “parti intime o connotative” delle donne, dovute a procedure in sala parto errate o obsolete, spesso dettate da fretta o imperizia, sarebbero il “minore” dei presunti danni emersi dall’inchiesta “Mala Sanitas” della Procura di Reggio Calabria che stamattina ha condotto agli arresti domiciliari quattro ginecologici del reparto di ginecologia e ostetricia degli Ospedali Riuniti della città dello stretto, facendo scattare misure per altri sette operatori. Purtroppo tra i casi di presunta malasanità emersi dalle indagini ci sono almeno due decessi di neonati arrivati a termine apparentemente in salute, lesioni irreversibili di un altro bimbo oggi invalido al 100%, traumi, crisi epilettiche e miocloniche di una partoriente e addirittura un aborto procurato senza il consenso della donna. Un elenco di orrori quello che è descritto nell’ordinanza del gip, Antonio Laganà, dopo che anni di denunce arrivate sul tavolo della Procura aveva convinto i pm reggini Annamaria Frustaci e Roberto Di Palma, con il procuratore aggiunto Gaetano Paci, ad approfondire le indagini su quanto accadeva in reparto, coadiuvati dagli uomini del Comando provinciale della Guardia di Finanza. I risultati, oltre che agghiaccianti se saranno confermati in giudizio, sarebbero aggravati da un sistema di “copertura” dei sanitari l’uno con l’altro, e quindi anche dalle accuse di falso ideologico e materiale, più la soppressione, distruzione e l’occultamento di atti.

Stamattina, dunque, le misure cautelari, scattate come riferisce il Corriere della Calabria per l’ex primario Pasquale Vadalà, l’attuale facente funzioni Alessandro Tripodi, i ginecologi Filippo Saccà e Daniela Manunzio,  mentre alte sette persone, fra cui la neonatologa Mariella Maio, l’ostetrica Giuseppina Gangemi, i due anestesisti Annibale Musitano e Luigi Grasso, più i ginecologi Francesca Stiriti, Salvatore Timpano e Antonella Musella risultano indagate a piede libero, oltre che sottoposte alla misura interdittiva della sospensione dalla professione per 12 mesi, perché accusate a vario titolo di falso ideologico e materiale, soppressione, distruzione e occultamento di atti e interruzione della gravidanza senza consenso della donna. Non solo i due decessi neonatali e le lesioni gravi a un altro neonato, quindi, ma anche i maltrattamenti subiti dalle donne in sala parto, sono per la prima volta al centro di un’inchiesta della magistratura che – in un momento storico nel quale sta emergendo prepotentemente il dibattito sulla violenza ostetrica negli ospedali italiani, si pensi alla campagna #bastatacere in corso in questi giorni – se confermata dai procedimenti potrà essere una pietra miliare di un cambiamento culturale partito dalle donne e ora arrivato nelle aule dei tribunali.

Teresa Pittelli

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