Soverato, Comune stanzia 42 mila euro per referendum trivelle. E’ polemica “social” tra pro e contro.

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immagine: Ansa (no triv)

Come tutti i Comuni anche Soverato è alle prese con i conteggi dei costi della consultazione referendaria di domenica 17 aprile, costi quantificati dalla determina del responsabile del settore Giuseppe Grenci in 42 mila euro. Gli enti sono in questo frangente stretti da un lato tra la raccomandazione delle prefetture a osservare quanto più possibile risparmi nell’allestimento delle operazioni di voto – pena l’eventuale mancato rimborso dell’eccedenza da parte del ministero, rimborso però ancora non quantificato – e dall’altro lato dalla necessità di assicurare il servizio. Con tanto di straordinari e turni da chiedere al personale.

Una situazione non proprio agevole e limpida per i Comuni, che non dovrebbe però essere utilizzata come arma contro le ragioni del referendum, dal momento che l’organizzazione delle operazioni di voto, compresa la scelta di non associarlo ad alcun election day, è stata decisa dal governo, con il premier Matteo Renzi che non ha nascosto il suo scarso entusiasmo per le consultazioni, tanto da far parlare di “boicottaggio” i comitati no triv. Comitati rappresentati sul territorio dal Comitato no triv “Basso ionio” coordinato da Francesco Rotondo, nell’ambito di una battaglia portata avanti dalla Regione Calabria con alla testa il consigliere regionale Arturo Bova, che sarà a Soverato il prossimo 11 aprile per un evento di sensibilizzazione.

E negli ultimi giorni c’è un po’ di bagarre sui social a Soverato e dintorni sulle ragioni del sì o del no al referendum che chiede se si vuole abrogare l’articolo del codice dell’ambiente che permette le trivellazioni entro le 12 miglia marine dalla costa, fino a quando il giacimento sarà in vita. Il quesito riguarda solo le operazioni già in atto, dunque non quelle sulla terraferma oppure in mare a una distanza superiore. Il decreto legislativo 152/2006 (codice dell’ambiente) prevede già il divieto di avviare nuove attività di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi gassosi o liquidi entro le 12 miglia, per cui il referendum agisce solo su quelle già in essere. Con un’eventuale vittoria del no o dell’astensione la situazione rimarrà inalterata, senza dunque una scadenza certa dello sfruttamento del giacimento, che potrà essere prorogato. Con la vittoria del sì, invece, stop alle concessioni per estrarre il petrolio entro le 12 miglia costiere alla scadenza dei contratti attualmente attivi con le compagnie internazionali come Eni o Shell. Tra le concessioni attualmente in essere, una ventina in tutto, sette riguardano la Sicilia, cinque la Calabria, tre la Puglia, due Basilicata ed Emilia-Romagna, una Veneto e Marche.

Se l’attivissimo Comitato no triv Basso Ionio, al quale hanno aderito decine di associazioni, movimenti, partiti e amministratori, porta avanti molte ragioni di tipo ambientale (con ricadute sul turismo e sulla pesca), oltre che l’utilità economica delle trivelle ritenuta scarsa, altri cittadini non la pensano così, da Pino Nucera a Ulderico Nisticò a Cosimo Schiavone, e stanno ingaggiando con i primi accese polemiche su facebook. Al di là dello specifico quesito referendario sulla scadenza delle concessioni alle piattaforme offshore, quello che Legambiente, Greenpeace, Wwf e i Comitati no triv sostengono è che il valore simbolico del referendum potrà segnare un punto di svolta nella scelta della politica energetica del Paese visto che – come ricorda Wired – sulla base dell’Accordo in sede di conferenza sul clima di Parigi è urgente un rapido cambio di strategia per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico nazionale.  I fautori del no, come il ministro dell’ambiente Gian Luca Galletti, ritengono invece “moderato l’impatto ambientale delle concessioni offshore, rispetto alla potenziale perdita di posti di lavoro in un settore industriale strategico per l’Italia”, con inevitabile aumento di petroliere che si muoverebbero nei nostri mari. “Siamo d’accordo che l’utilizzo dei combustibili fossili non sia più sostenibile. Ma appunto per questo bisognerebbe puntare allo sfruttamento residuo degli impianti già esistenti – spiega a meteoweb la geologa Michela Costa – che devono fare da supporto alle energie rinnovabili sempre più in crescita ma non ancora autonome”. La vera questione, dunque, posto che tutti dovremmo essere d’accordo sulla necessità di un rapido passaggio alle rinnovabili, è come gestire la fase di transizione energetica.

(tp)

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